Non è primavera per Fazio Cirolla. Dimenticato tra le vittime di mafia

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fazio cirolla1MESSINA – Non c’era. Stamattina a Messina, primo giorno di pimavera e giornata del ricordo, nella piazza che a fatica stringeva le decine di migliaia di persone giunte da ogni parte d’Italia a gridare che la mafia è una montagna di merda, il suo nome non s’è sentito. Neppure l’elenco ufficiale aggiornato costantemente da Libera su internet (http://www.libera.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/87) ne reca traccia. Fazio Cirolla (nella foto) non compare. Forse una svista, per quanto involontaria. Magari un errore, banale. Che però fa male. Perché a rileggerla così, la vita dell’operaio sibarita, sembra quasi che non vada considerato una vittima di mafia. Che non sia maturo il tempo di ritenerlo tale. Che non sia l’ora di farne esempio per le coscienze. Non era un uomo delle istituzioni, non frequentava i salotti politici, non presiedeva enti o associazioni. Semplicemente, lavorava sodo da mattina a sera per portare a casa la pagnotta. Nella sua straordinaria normalità di marito e padre non gli hanno dedicato una piazza, neppure una strada. Neanche una saletta d’un ufficio qualsiasi. Figurarsi una borsa di studio o un film. Moglie e figli, piegati dal dolore ma sorretti da una dignità fiera, rara, ne hanno coltivato amorevolmente il ricordo. Non fosse stato per la parrocchia, che in occasione di ogni anniversario dell’omicidio ha promosso fiaccolate e momenti di preghiera, nessuna finestra pubblica si sarebbe mai aperta sulla sua storia. Triste come il peggiore dei drammi: il 27 luglio del 2009 Cirolla entra in un autosalone sperso nelle campagne alle porte di Sibari. Cerca pezzi di ricambio. Lo accompagnano i figli. Lui non lo sa, ma è l’uomo sbagliato al posto sbagliato. Quel che è peggio, nel momento sbagliato. Nell’edificio irrompono killer armati di pistola. Cercano il proprietario, Salvatore Lione. Lo racconterà lui stesso ai giudici dell’antimafia una volta saltato il fosso: «Quando i sicari hanno fatto irruzione ho riconosciuto i passamontagna verdi e le pistole che avevo consegnato loro qualche giorno prima. Preso dal panico mi sono lanciato dalla finestra e nella stanza in cui ci trovavamo è rimasto solo Cirolla, che è stato ammazzato al posto mio». Alla vista dei sicari l’operaio implora pietà, ma sono parole al vento, nell’aria intrisa di piombo e odore di morte. Lione, contabile della cosca Forastefano, scappa gettandosi nel vuoto. Cirolla viene ammazzato. Perchè testimone scomodo, molto più probabilmente per un errore di persona. Questa la tesi che, qualche tempo più tardi, porterà la Dda ad arrestare i presunti esecutori del delitto, svelato nelle sue trame anche da altri collaboratori di giustizia, su tutti Lucia Bariova e Samuele Lovato, alias il siciliano. A processo, accusati di omicidio, finiscono Archentino Pesce e Saverio Lento. Una condanna a 30 anni di carcere, confermata in secondo grado, viene cancellata dalla Cassazione, che nel febbraio del 2015 rinvia il fascicolo alla Corte d’Assise d’appello di Catanzaro. Il 6 aprile arriverà il verdetto e poi, presumibilmente, si ritornerà davanti alla Suprema Corte, quale che sia la decisione. Insomma, la verità giudiziaria pare ancora lontana. Ma nessuno – non gli ermellini nè la procura e nemmeno le difese – ha mai messo in discussione l’assoluta estraneità di Cirolla a giri loschi e l’innocenza del suo sangue. Eppure, per lui non c’è ancora giustizia. A quanto pare, neppure memoria.