Ci lascia l’Avvocato con lo sguardo fisso al futuro

Falvo Roberto
Falvo Roberto
 
CASTROVILLLARI – Che poi, a volerla raccontare, la morte, si finisce con l’essere ripetitivi. Banali, quasi noiosi. La sofferenza che affratella gli uomini nel tratto ultimo della ventura terrena ne uniforma impietosamente le storie, riducendole a nomi presto senza storia da iscrivere su fredde lapidi. A questo serve la memoria: a dare a ciascuna esistenza la sua dimensione una volta scollinata la cima della vita. A ricordare, ed a non dimenticare, persone come Roberto Silvio Antonio Falvo, principe del Foro, galantuomo di tempra antica con lo sguardo fisso al futuro.
Nella sua Cassano era per tutti, semplicemente, “l’avvocato”. Come se quel giovane dagli studi giuridici brillanti, svezzato poi nelle aule di giustizia da penalisti del calibro di Eugenio Donadio, incarnasse mitologicamente l’idea stessa del diritto. Non era uno accondiscendente: senza mai travalicare i confini del garbo, gelosamente rivendicava la dignità dell’avvocatura, nel rapporto coi giudici e tra colleghi, convinto che pure nell’era della giustizia televisiva – anzi, ancor più – i processi fossero da farsi in tribunale, stando ai fatti ed alle ragioni di ognuno.
Ancora neppure laureato, espressi il desiderio di poter svolgere la pratica forense sotto la sua guida. E mio padre, al quale lo univano una vecchia amicizia e l’appuntamento mensile per l’acquisto del dopobarba nella profumeria Jacobini, lo tallonò a lungo, fino a strappargli un sì. Era il 2000. Iniziò per me in una stanza piena di libri e fascicoli da dividere con Manuela Macario, in seguito – e fino alla fine – sua collega di studio. «Avrete da lavorare. In tribunale e nelle cancellerie s’impara più che all’università», ripeteva. E ci fece lavorare. Tanto. Non mancando mai – cosa rara, nell’ambiente – di ricompensarci. Manuela regalava grandi soddisfazioni. Io qualche capriccio in più. E quando pure la passione per il giornalismo non ancora divenuto mestiere interferiva con la professione, non si perdeva d’animo: inforcati gli occhialini e arricciato il baffo, s’armava di pazienza perché riprendessi la marcia. 
Così faceva quell’uomo all’apparenza burbero, in realtà timido ed introverso, legatissimo alla moglie Anna ed ai figli Marco e Roberta. Cassazionista da giovanissimo, tra i fondatori e presidente della Camera Penale, non c’era processo di rilievo in Calabria che dallo spirare degli anni Settanta non lo avesse visto protagonista. E questo gli era valso non poche amarezze quando nell’agone politico, gli avversari gli avevano violentemente appiccicato addosso l’etichetta di avvocato dei boss. «Mi hanno fatto un favore», mi spiegava tra il serio ed il faceto: «Per mesi la mia vita è stata rivoltata come un calzino. Non hanno trovato nulla, perché nulla c’era da trovare. Adesso però c’è la prova provata della mia onestà». E perché non mancassi di capire fino in fondo, aprì la mia mente al rapporto tra etica e professione, tracciando col suo esempio quotidiano i confini da non superare per difendere le ragioni del male, o di ciò che tale appare, senza diventarne vittime, o ancor peggio attori.
 
Amava la lettura. Amava il mare, vestendo sotto la toga i panni del velista sfegatato regatante. Amava la natura, fino a comprare un fuoristrada per perdersi sui sentieri di montagna in cerca di funghi e paesaggi da immortalare. Amava la sua terra, alla quale da adolescente s’era promesso sposo prestandosi alla politica. Aveva difetti, piccoli e grandi. Non quello di non ammettere le sue debolezze, paradossalmente riconosciute con l’adozione in chiave semiseria del decalogo del capo, per il quale il capo ha sempre ragione. Specie quando sbaglia. 
Mi ha insegnato tanto, praticamente tutto, Roberto Silvio Antonio Falvo. Ed anche ora che altre città altre occupazioni mi prendono, non ho mai scordato di quanto importante sia stato per me, insieme all’uomo che gli vendeva il dopobarba. Non gliel’ho mai detto, perché certe cose sono come la morte: a raccontarle si rischia la banalità. Si può soltanto non dimenticarle, ricordarle. E viverle per sempre.